Tante piccole isole pedonali, ecco il futuro delle nostre città Tante piccole isole pedonali, ecco il futuro delle nostre città
Un’interessante intervista all’arch. Tito Boeri a proposito delle isole pedonali. Per il noto architetto dovranno servire da modello per il futuro delle nostre città. MILANO... Tante piccole isole pedonali, ecco il futuro delle nostre città

Un’interessante intervista all’arch. Tito Boeri a proposito delle isole pedonali. Per il noto architetto dovranno servire da modello per il futuro delle nostre città.

MILANO – Dice che, in futuro, le città dovranno avere tante, piccole, isole pedonali. Non solo in centro, ma anche in periferia. L’ importante, spiega l’ architetto e urbanista Stefano Boeri, «è che diventino luoghi della vita sociale e dell’ immaginario collettivo di una città. Devono essere spazi condivisi». Che cosa pensa della rivoluzione dei Fori imperiali? «Mi sembra un passaggio storico, una sperimentazione coraggiosa e opportuna che deve essere l’ inizio di qualcosa di ancora più grande come il rilancio del parco archeologico. Quando si rende pedonale un’ arteria importante bisogna capire che si fa una scelta con un impatto su una zona più ampia. Non è come chiudere un rubinetto: gestire il traffico non è solo un problema “idraulico” che riguarda le macchine. Bisogna avere una visione integrata». In che modo? «Accompagnando la decisione con il potenziamento del trasporto pubblico, il ridisegno dei sensi di marcia, della sosta. È quello che ci ha insegnato la storia dell’ urbanistica in Europa dal Dopoguerra a oggi.

Ci sono anche altri strumenti rispetto a una pedonalizzazione classica. In questo senso, le città olandesi hanno iniziatoa studiare, a partire dagli anni Sessanta, i woonerf. Letteralmente sono “aree condivise”, dove pedonie ciclisti hanno la precedenza sulle auto. È una coabitazione, non un divieto totale, che, poi, si è estesa al Nord Europa, all’ Inghilterra, alla Francia». E in Italia? «Questa filosofia è arrivata tardi ed è ancora poco sviluppata. Da questo punto di vista siamo ancora indietro». Sulle vere aree pedonali, invece, le nostre città a che punto sono? «L’ Italia è ricca di centri storici e c’ è un’ esperienza articolatae interessante di chiusura di aree di alto valore artistico e monumentale». Quale sarà, secondo lei, il futuro? «Rispetto a una politica di grandi superfici dei centri storici chiuse – sull’ esempio di Monaco di Baviera – l’ urbanistica ci sta portando verso città con tante piccole zone pedonali. Servono progetti con un’ aderenza alla storia dei luoghi, che portino cultura, turismo, migliorino la vita. A Milano, la pedonalizzazione di via Dante all’ inizio fu molto criticata, ma si è trasformata in un successo: ha ridato identità all’ asse da piazza Duomo al Castello Sforzesco». Anche per via Caracciolo a Napoli ci sono state polemiche. «L’ impostazione, però, mi sembra giusta: quando si recupera con un disegno di riqualificazione uno spazio che ha una connotazione forte, un’ anima, il test funziona». Sono modelli che funzionano soprattutto in centro? «No, anzi. Anche la periferia deve avere sempre di più “isole”. Ad esempio pedonalizzare via Sarpi a Milano, il cuore della cosiddetta Chinatown, è stata un’ ottima idea. Anche il commercio ne ha guadagnato». Cita i commercianti che, spesso, però, guidano le proteste. «In un momento di crisi bisogna avere grande attenzione. L’ importante è studiare con cura il carico e scarico delle merci e fare in modo che le zone pedonali restino accessibili». Quali sono, in Europa, le migliori città “pedonali”? «Vienna e Barcellona». E in Italia? «Le zone a traffico limitato di Torino e Bologna funzionano bene. Seguo con attenzione anche i progetti di micro-pedonalizzazione di Palermo».

Luciano Mondello

Luciano Mondello svolge l'attività di libero Professionista (Architetto) dal 1997. E' titolare dell'omonimo Studio di Architettura, Urbanistica e Design.